( Vittorio Messori)
L’Anticristo, come sarà?
Si sa che in san Paolo, nelle lettere di Giovanni, nell’Apocalisse, sono sparsi vari preannunci di una realtà che la tradizione cristiana ha identificato come (cito da un libro di teologia) «il Principe del male che verrà a regnare sul mondo alla fine dei tempi, prima che il ritorno definitivo del Figlio dell’Uomo instauri i Cieli Nuovi e la Terra Nuova».
In molte epoche i credenti hanno pensato di identificarequel misterioso personaggio in qualche sanguinario protagonista della storia: Nerone, poi Attila, su su fino a Napoleone, Lenin, Stalin, Hitler.
Ma c’è anche una tradizione cristiana, seppur di minoranza, che pone la pericolosità dell’Anticristo non nella violenza e nel sangue ma nel mimetismo subdolo di una realtà suadente e invitante.
Solo di recente è stato tradotto in italiano il libro, del 1907, di R.H. Benson, Il Padrone del Mondo, dove il Grande Oppositore di Gesù si presenta sotto le vesti di un «umanista», di un maestro di tolleranze, pluralismi, irenismi ecumenici. Un sorridente inquinatore, dunque, più che un fragoroso antagonista dell’Evangelo. Uno svuotatore dall’interno, più che un assalitore dall’esterno.
Forse, sinora pochi hanno notato che qualche anno dopo, nel 1916, la stessa tesi è stata riproposta da Carl Schmitt.
Sin dal 1916, militare nell’esercito bavarese, il ventottenne Carl Schmitt inizia a riflettere sull’Anticristo in un libro dedicato a Nordlicht («Aurora boreale») di Teodoro Däubler.
Varrà la pena di citare nell’originale un passo davvero singolare, secondo il quale il Grande Ingannatore che provocherà l’apostasia di molti prima della vittoria definitiva di Cristo «erit omnibus subdole placidus, munera non suscipiens, personam non praeponens, amabilis omnibus, quietus universis, xenia non appetens, affabilis apparens in proximos, ita ut beatificent eum omnes homines dicentes: Justus homo hic est!».
Cioè: «Subdolamente, piacerà a tutti, non accetterà cariche, non farà preferenze di persone, sarà amabile con tutti, calmo in ogni cosa, ricuserà i doni, apparirà affabile con il prossimo, così che tutti lo loderanno esclamando: “Ecco un uomo giusto!”».
Una prospettiva inquietante: l’Anticristo nelle vesti menzognere di un «uomo del dialogo», di un pacifico, riservato, onesto «umanista».
È proprio a questo identikit dell’Avversario che Schmitt aderisce: per lui, sorgerà da una società come quella moderna occidentale dove «gli uomini sono poveri diavoli che sanno tutto e non credono in nulla»; una società dove «le cose più importanti e ultime sono secolarizzate: la bellezza è diventata buon gusto, la Chiesa un’organizzazione pacifista, al posto della distinzione tra buono e cattivo, quella tra utile e dannoso».
In una simile cultura, quel subdolo Anticristo «dialogante» farà credere che la salvezza passa attraverso la sicurezza sociale e la pianificazione. Soprattutto l’Anticristo non sarà affatto un materialista, un nemico della religione: anzi, «provvederà a tutti i bisogni, compresi quelli spirituali». Soddisferà l’anelito alla trascendenza dell’uomo parlando di spiritualità, proponendo una «religione dell’umanità» dove tutti siano d’accordo su tutto e dove sia bandita ogni divergenza e, soprattutto, ogni dogma, visto come il male radicale.
In quell’inizio del ‘900 in cui scriveva, la prospettiva di Schmitt passò quasi inosservata, sembrando del tutto inverosimile. Ma non è forse il caso di rifletterci oggi, quando ciò che ci minaccia, in campo religioso, non è certo più l’intolleranza ma, semmai, il suo contrario: quella «tolleranza» che si trasforma in indifferentismo, nel rifiuto di considerare le varie fedi come qualcosa di più di un modo unico – differenziato soltanto per ragioni storiche e geografiche – di venerare lo stesso, identico Dio? Dove il «nemico» non è più il vecchio, onesto materialismo ma, forse, l’insidioso spiritualismo «umanitario»?
