FARE LA COMUNIONE? LA MESSA NON E’ UN PIC-NIC!

( Rino Cammilleri )
Pensate, ai tempi del giansenismo (XVII secolo) per fare la comunione ci voleva un permesso speciale del proprio direttore spirituale: si partiva dal presupposto dell’indegnità umana ad accostarsi ai sacramenti. Alla fine, poiché, a ben pensarci, è difficile che uno si ritenga degno, il risultato è lo scoraggiamento. E il conseguente allontanamento.
Ci volle, come sempre nella storia del cristianesimo, parecchio tempo prima che la Chiesa ri-centrasse le cose. Infatti, il timone serve a impedire che la barca sbandi di qua o di là. Nessuno è degno («Domine, non sum dignus…»), ma la misericordia divina supplisce all’indegnità («…sed tamen dic verbum…»).
I più anziani tra noi forse ricorderanno quando, per poter fare la Comunione, bisognava essere digiuni dalla sera prima. E solo alla fine degli anni Cinquanta si cominciò a ridurre il limite fino a portarlo a un’ora. Qui è rimasto, anche perché di meno sarebbe ridicolo e tanto varrebbe abolirlo.
A che serve questo, pur minimo, limite?
Appunto a ricordare, almeno simbolicamente, l'”indegnità”: è il Corpo di Cristo quello che vai a ingoiare, vera carne e vero sangue di Dio. Il catechismo invece non ha mai modificato niente in materia: puoi comunicarti solo se sei «in grazia di Dio», cioè se sei stato assolto dal confessore. In casi eccezionali puoi confessarti anche dopo, ma che sia alla svelta, in base alla tua coscienza (sempre che questa sia «ben formata», cioè cristianamente edotta e istruita, sennò diventa arbitrio).
Queste sono le regole, e non si dà comunità senza regole: anche in un villaggio di santi i semafori sono necessari. Tutto ciò si impose alla mia mente quando alla tivù vidi le prime grandi Messe negli stadi, con molti sacerdoti sguinzagliati tra gli spalti a distribuire la comunione a chiunque tendesse le labbra (poi le mani).
Mi chiedevo: saranno tutti confessati? O, subito dopo, in migliaia affolleranno i confessionali? Boh.

Veniamo all’oggi. Non è vero che le chiese sono vuote: io, anche in giro per l’Italia, e anche d’estate, le vedo sempre affollate. E, all’ora della comunione, tutti, dico tutti, si mettono in fila per comunicarsi. Infatti, in molte chiese occorrono i “ministri straordinari” per darla, sennò non la finiamo più.
La domanda è la stessa di prima: saranno tutti «in grazia di Dio»? Una mia collega insegnante, buddista, ogni tanto, a seconda dell’estro, si presentava alla Messa domenicale e si comunicava.
Perché? Si vergognava di restar seduta mentre tutti gli altri si mettevano in fila.
Ora, la strategia globale della “misericordia” è ben fondata nel Vangelo. Sì, nella parabola in cui il re invita gli amici al pranzo di nozze e tutti si defilano perché hanno altro da fare : «Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia».
Matteo aggiunge: «Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».
Ma ecco l’ultima parte della parabola, quella più difficile da digerire (infatti, viene silenziata nelle omelie): «Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
Giansenismo? No, «coscienza ben formata».

Pubblicato da Parrocchie Castelli Cusiani

La comunità pastorale dei Castelli Cusiani è una realtà ecclesiale sorta da qualche anno e che raggruppa le parrocchie di Alzo, Artò, Boleto, Pella, Pogno e San Maurizio D'Opaglio.

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