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  • GrEst 2025 Primo giorno
  • COS’E’ IL TE DEUM ?

    ll Te Deum (estesamente Te Deum laudamus, “Dio ti lodiamo”) è un inno
    cristiano di ringraziamento che viene tradizionalmente cantato la sera del 31
    dicembre, per ringraziare dell’anno appena trascorso durante i primi vespri
    della solennità di Maria Ss. Madre di Dio oppure in altre particolari occasioni
    solenni come nella Cappella Sistina ad avvenuta elezione del nuovo pontefice,
    prima che si sciolga il Conclave oppure a conclusione di un Concilio.
    CHI L’HA SCRITTO?
    Sono diversi gli autori che si contendono la paternità del testo.
    Tradizionalmente veniva attribuito a san Cipriano di Cartagine, oggi gli
    specialisti attribuiscono la redazione finale a Niceta, vescovo di
    Remesiana (Dacia inferiore) alla fine del IV secolo. Secondo una leggenda
    (risalente al più tardi a una cronaca milanese del sec. XI falsamente attribuita
    al vescovo Dacio) il Te Deum è stato intonato da Sant’Ambrogio e
    Sant’Agostino il giorno di battesimo di quest’ultimo, avvenuto a Milano nel
    386, per questo è stato chiamato anche “inno ambrosiano”.
    CHI L’HA MUSICATO?
    Il Te Deum è stato musicato da diversi autori: Giovanni Pierluigi da Palestrina,
    de Victoria, Händel, Mendelssohn, Mozart, Haydn e Verdi.
    QUAL È IL CONTENUTO?
    L’inno si può dividere in tre parti:

    • la prima, fino a Paraclitum Spiritum, è una lode trinitaria indirizzata al
      Padre. Letterariamente è molto simile ad un’anafora eucaristica,
      contenendo il triplice Sanctus.
    • La seconda parte, da Tu rex gloriæ a sanguine redemisti, è una lode a
      Cristo Redentore.
    • L’ultima, da Salvum fac, è un seguito di suppliche e di versetti tratti
      dal libro dei salmi.
  • LA SCUOLA DEI SANTI

    San Defendente
    S. Defendente è uno dei martiri cristiani della Legione Tebea, guidata da s. Maurizio, che furono martirizzati, perché non vollero lasciare la fede cristiana, sotto l’imperatore romano Massimiano (250-310) di origine pannonica.
    L’eccidio avvenne mediante decapitazione, ad Agauno, presso il Rodano nel territorio di Marsiglia, dove erano accampati, per essere poi mandati a combattere contro i Galli irrequieti; prima della partenza si fece un solenne sacrificio agli dei, a cui non vollero prendere parte i soldati cristiani presenti fra le truppe. Massimiano per domare questa opposizione, fece flagellare e decapitare un soldato ogni dieci, ma non recedendo nessuno dalla propria fede, ordinò di decapitare tutti gli altri; il numero esatto dei martiri non è conosciuto, centinaia sicuramente, ma non l’intera Legione Tebea, proveniente dall’Egitto, che era composta di circa mille uomini.
    Il martirio dovette avvenire intorno al 286; durante l’episcopato di Teodoro, vescovo di Martigny, verso il 380, si trovò un cimitero gallo-romano e si pensò che si trattasse del luogo di sepoltura di questi soldati, per cui il vescovo fece erigere una chiesa in loro onore trasferendovi le reliquie; il culto prese a diffondersi e varie chiese, basiliche e abbazie furono dedicate ai santi martiri di Agauno, in particolare per s. Maurizio il comandante.
    Per san Defendente è importante sapere che almeno dal secolo XIV (1328) esso godeva di largo culto nell’Italia Settentrionale, nelle città di Chivasso, Casale Monferrato, Mescia, Novara, Lodi, ecc. se ne celebrava la festa il 2 gennaio; a lui erano intitolati oratori, altari e confraternite.
    Veniva rappresentato vestito da militare e si invocava contro il pericolo dei lupi e degli incendi.
    Invece nel territorio di Marsiglia è festeggiato il 25 settembre, ma solo in tempi recenti gli è stata dedicata una chiesa.
    Alcuni studiosi pensano, forse a ragione, che il s. Defendente venerato in Italia, sia altra persona diversa dal martire tebeo.

  • LA SCUOLA DEI SANTI


    Beata Maria Vergine di Guadalupe
    La storia religiosa di Guadalupe inizia 480 anni fa nel 1531 quando la Santa Vergine, Madre di Nostro Signore Gesù Cristo, apparve più volte a Guadalupe, in Messico. Colui al quale la Madonna volle manifestarsi era un azteco e si convertì al Cristianesimo. Il suo nome era Juan Diego Cuauhtlatoatzin e vide Maria Santissima per più di una volta dal 9 al 12 dicembre.
    Il 31 Luglio del 2002 l’apparizione di Guadalupe fu riconosciuta dalla Chiesa Cattolica e Juan Diego Cuauhtlatoatzin fu canonizzato da Giovanni Paolo II, un passo molto importante per la fede di milioni di pellegrini.
    Maria apparve per la prima volta a Juan Diego il 9 dicembre su un colle, egli udì un canto celestiale e vide una Signora di una bellezza perfetta:
    Maria apparve all’indiano in tutta il suo splendore e gli chiese di far erigere ai piedi di esso un santuario in suo onore. Così Juan Diego si recò dal Vescovo Juan de Zummarràga e gli riferì l’evento ma il Vescovo purtroppo non gli credette. Nella seconda apparizione Maria disse al veggente di tornare dal Vescovo, che questa volta lo ascoltò ma chiese una prova che confermasse il fatto. Juan Diego tornò sul colle e Maria gli promise un segno per il giorno dopo, ma il veggente l’indomani non poté recarsi sul colle poiché suo zio era gravemente malato. Così il giorno ancora seguente Juan Diego vide Maria lungo la strada e lo rassicurò dicendogli che suo zio era già guarito chiedendogli di tornare al colle.
    Quando Juan Diego giunse al colle trovò dei fiori di Castiglia il segno che avrebbe fatto ricredere il Vescovo, poiché si trovavano in una pietraia e una tipologia floreale insolita per la stagione. Juan Diego li mise nel sua tilma (mantello) e tornò nuovamente dal Vescovo. Il Vescovo era insieme ad altre persone e quando Juan Diego aprì il suo mantello di fronte a tutti per mostrare i fiori, ecco che su di esso vi rimase l’immagine della Madonna, visibile da tutti. Ecco un segno ancora più grande! Così Juan Diego poté mostrare il luogo dove Maria aveva chiesto fosse costruito un santuario in suo onore. Oggi il mantello si conserva all’interno della Basilica di Nostra Signora di Guadalupe.

  • DIECI REGALI DI NATALE

    ( COSE A CUI NON FORSE NON PENSERESTE)


    Probabilmente in questi ultimi giorni che precedono il Natale, molta parte del
    tempo è occupata dal pensare agli acquisti natalizi, facendo una lista per
    vedere chi rientra nel budget previsto e chi no. Spesso ci preoccupiamo di fare
    bella figura con i nostri regali, offrendo cose esclusive, originali, divertenti e
    uniche. Altri, che non dispongono di un budget consistente, puntano sulla
    creatività e confezionano i regali con le proprie mani. C’è anche chi risolve la
    questione dei regali offrendo doni generici, una cosa tipica delle nonne: calzini
    e fazzoletti per tutti!
    Per noi che facciamo qualche tipo di apostolato è complicato perché non
    possiamo togliere persone dalla lista, anzi tutti dovrebbero rientrarci. È per
    questo che vogliamo offrirvi una lista di regali geniali che potete preparare fin
    d’ora e che potreste iniziare a donare anche in anticipo, senza bisogno di
    aspettare la notte di Natale.

    1. Regalate del tempo
      È senza dubbio un regalo preziosissimo perché il tempo che offrite non
      tornerà. Ogni minuto investito in qualcuno è un tesoro che non vi tornerà più
      tra le mani. L’ex Presidente dell’Uruguay José Mujica diceva: “Quando compri
      qualcosa non compri con denaro, compri con il tempo della tua vita che hai
      speso per guadagnare quel denaro”. E se vi risparmiaste tanti giri e donaste a
      chi avete di fronte una bella porzione del vostro tempo e della vostra
      dedizione?
    2. Offrite perdono
      È un buon momento per rivedere i nodi che avete nel cuore e non solo per
      perdonare come atto simbolico guardando il cielo, ma per perdonare come
      siete stati perdonati voi, in modo concreto, restaurando la vita e la relazione di
      chi avete il coraggio di perdonare. Non è necessario chiamarlo e dirgli che lo
      avete perdonato. Basta avvicinarsi, mostrarsi empatici, attenti e
      misericordiosi.
    3. Apritevi per imparare dall’altro
      “Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi,
      con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso” (Filippesi 2, 3).
      Nell’altro c’è un tesoro, e se vi disponete a ricevere quello che ha da offrire
      rimarrete sicuramente sorpresi. Lasciate il vostro cuore aperto e senza
      pregiudizi. Valorizzare gli altri è un bel regalo.
    4. Ascoltate in silenzio
      Evitate di terminare la frase, di avere pregiudizi, di valutare e qualificare
      quello che ascoltate. Regalate il vostro umile silenzio, non solo per evitare di
      interrompere, ma perché la vostra attenzione e il vostro ascolto sono un dono
      prezioso e raro. Ascoltate non solo per educazione, ma come segno di amore.
    5. Prestate uno sguardo attento. Prestate attenzione
      Il vostro sguardo sia sincronizzato con la vostra mente e il vostro cuore.

    Probabilmente vi siete sorpresi a guardare “attentamente”, ma nella vostra
    testa stavate risolvendo problemi domestici, pianificando le attività
    pomeridiane o pensando al pranzo del giorno dopo. Regalate il vostro sguardo
    e la vostra attenzione.

    1. Regalate una bella barzelletta! Con l’umorismo la vita è più facile
      Questo regalo richiede una preparazione speciale: dovete imparare un paio di
      barzellette. Sappiamo che il sorriso è un regalo eccellente, ma arrivare con
      una parola allegra, un aneddoto o una bella storia sarà sempre gradito a tutti.
      La gioia che sperimentiamo noi che ci sappiamo amati da Dio è quella che
      dobbiamo condividere.
    2. Motivate altri a donare
      È sempre una buona idea essere solidali con chi ha bisogno del nostro aiuto,
      ma motivare altri ad essere solidali è molto meglio. Potete far sì che più
      persone si uniscano alla vostra causa. Non bisogna guardare molto lontano
      per trovare qualcuno che ha bisogno della nostra solidarietà.
    3. Svolgete i compiti di un altro
      Probabilmente è l’aspetto meno spirituale e simbolico della lista, ma è uno dei
      più efficaci (lo dico per esperienza personale), soprattutto se si tratta di pulire
      e mettere in ordine quello che non ci spetterebbe, anche se c’è qualcuno che
      viene pagato per farlo. Quel momento di libertà che avete regalato prendendovi
      la briga di svolgere i compiti di un altro è un dono che risulterà sempre
      gradito.
    4. Pensate a chi verrà dopo di voi
      Questo è un regalo generico di amore nei confronti del prossimo: pensate a chi
      verrà dopo di voi. Nel bagno pubblico, lasciando il carrello al supermercato
      negli spazi previsti, buttando la gomma da masticare nella spazzatura e una
      lista interminabile di eccetera. È poco probabile che qualcuno vi ringrazi per
      averlo fatto, ma anche voi siete il prossimo di qualcuno e sapete come ci si
      sente quando chi ci ha preceduti non ha fatto un buon lavoro.
    5. Donate la vostra amicizia disinteressata. Abbiate il coraggio di
      conoscere qualcuno
      Un regalo splendido e molto grande è offrire la vostra amicizia in modo reale a
      qualcuno da cui non potete trarre profitto. Qualcuno che non considerate un
      vostro “pari”, una persona più giovane o più adulta, qualcuno che si trova a
      un livello diverso nella scala sociale o lavorativa.
      Un’amicizia nuova. È logico che non diventerete subito i migliori amici del
      mondo, ma il semplice fatto di offrire la vostra amicizia a qualcuno che non si
      aspetterebbe mai che vi avviciniate a lui è un dono enorme.
  • LA SCUOLA DEI SANTI

    Santa Cecilia

    Nacque ella da ricchissima famiglia alle falde del Gianicolo, e quivi fra agi e comodità fu educata dai più rinomati maestri di Roma. Fattasi segretamente cristiana, andava ogni giorno più distaccando il suo cuore dalle cose terrene. Costretta a sposarsi, durante le feste del matrimonio, mentre tutti l’attorniavano per festeggiarla e cantavano inni pagani, essa in cuor suo cantava un cantico di amore al suo mistico e vero sposo, Gesù Cristo.
    Quando fu sola con Valeriano gli disse: « Sappi che io sono cristiana e già da molto tempo ho consacrato a Gesù tutto il mio cuore… Egli solo è il mio sposo, e tu devi rispettare il mio corpo, perché io ho sempre vicino a me un Angelo del Signore che mi custodisce e mi difende ». Valeriano rispose: « Io crederò a quanto mi dici e farò quello che tu desideri, se potrò vedere questo Angelo che ti custodisce ». E Cecilia: « Nessuno può vedere l’Angelo del Signore, se non è battezzato.
    Va’ dunque dal santo vescovo Urbano, fatti istruire nella religione cristiana, fatti battezzare, e poi ritorna e vedrai quanto desideri ». Valeriano andò, si fece istruire ed il Vescovo, vedendo le sue buone disposizioni e la mirabile trasformazione che la grazia aveva operato in lui, lo battezzò.
    Ritornato presso la sua santa sposa, entrando nella stanza, vide un Angelo di bellissimo aspetto, che teneva in mano due corone intrecciate di rose e di gigli. A tale vista Valeriano comprese che una di quelle corone era preparata per lui se fosse rimasto sempre fedele a Gesù Cristo. Quindi non solo promise di custodire intatta la purezza della sua castissima sposa, ma si fece ferventissimo cristiano ed istruì e fece battezzare anche suo fratello Tiburzio. Continuava intanto la persecuzione: Valeriano ed il fratello Tiburzio furono decapitati, mentre Cecilia fu condannata a morire asfissiata nella sua stessa camera da bagno.
    I soldati eseguirono l’ordine, ma aperta la camera dopo un giorno e una notte trovarono la Santa sana e salva come se avesse respirata aria purissima. Comandò allora Almachio che un littore le troncasse il capo. Andò il littore, vibrò ben tre colpi, ma non riuscì a staccare completamente la testa dal busto, per cui terrorizzato si allontanò lasciando la Santa in una pozza di sangue.
    I fedeli accorsi, raccolsero con pannolini il sangue della Martire, come preziosa reliquia e soccorsero Cecilia che visse ancora tre giorni, pregando ed incoraggiando gli astanti ad essere forti nella fede. Finalmente, consolata dal Papa Urbano a cui donò la propria casa affinchè fosse trasformata in chiesa, placidamente spirò, e andò a cantare eternamente le lodi al suo amato sposo Gesù.

  • LA PREGHIERA CHE PUO’ ESSERE RECITATA OVUNQUE

    Uno dei pregi più caratteristici e più utili del Santo Rosario è quello di poter
    essere recitato dovunque. Tenere in mano una coroncina e sgranarla
    piamente, è cosa che può farsi in ogni luogo, per le strade o sul treno, nei
    momenti di attesa in una sala d’aspetto o alla fermata del pulmann, durante
    la fila allo sportello delle poste o salendo le rampe di una scalinata, stando
    fermo a riposo o guidando la macchina…
    Pensiamo a Sant’Antonio Maria Claret, che da giovane, lavorando nel
    cotonificio, recitava con gli operai il Rosario, mentre manovrava le macchine.
    E anche durante le pause alle sedute del Concilio Ecumenico Vaticano II,
    mentre tutti uscivano dall’aula conciliare per fare due passi o prendere un
    caffè, si vedeva don Giacomo Alberione restare al suo posto, in ginocchio, a
    recitare Rosari.
    Il santo Rosario può essere recitato da solo o in gruppo, con i grandi o con i
    piccoli, a voce alta o in silenzio. La recita del Santo Rosario non esige nessun
    apparato di cerimonie o di riti, né cambia in nulla se fatta per i vivi o per i
    morti, al letto di un moribondo o presso la culla di un bimbo… davvero il
    Rosario è una preghiera stupenda, la più semplice ed universale. E’ vero che il
    posto ideale per la recita del Rosario resta sempre la Chiesa, in ginocchio
    accanto al Tabernacolo o presso l’altare di Maria Santissima, come faceva ogni
    giorno, per ore ed ore, Padre Pio da Pietrelcina. ma quando ciò non sia
    possibile, in qualsiasi luogo, l’anima può mettersi alla presenza di Maria,
    rivolgersi a Lei con la pia recita delle Ave Maria.
    E anche in questo i Santi ci dimostrano con i loro esempi che il Rosario va
    bene dappertutto, non è condizionato da ambienti ed orari, si colloca
    agevolmente in tutti i luoghi e a tutte le ore.

  • LA SCUOLA DEI SANTI

    Come Maria

    Una notte ho fatto un sogno splendido. Vidi una strada lunga, una strada che si snodava dalla terra e saliva su nell’aria, fino a perdersi tra le nuvole, diretta in cielo. Ma non era una strada comoda, anzi era una strada piena di ostacoli, cosparsa di chiodi arrugginiti, pietre taglienti e appuntite, pezzi di vetro. La gente camminava su quella strada a piedi scalzi. I chiodi si conficcavano nella carne, molti avevano i piedi sanguinanti. Le persone però non desistevano: volevano arrivare in cielo. Ma ogni passo costava sofferenza e il cammino era lento e penoso. Ma poi, nel mio sogno, vidi Gesù che avanzava. Era anche lui a piedi scalzi.
    Camminava lentamente, ma in modo risoluto. E neppure una volta si ferì i piedi. Gesù saliva e saliva.
    Finalmente giunse al cielo e là si sedette su un grande trono dorato. Guardava in giù, verso quelli che si sforzavano di salire. Con lo sguardo e i gesti li incoraggiava. Subito dopo di lui, avanzava Maria, la sua mamma.
    Maria camminava ancora più veloce di Gesù. Sapete perché? Metteva i suoi piedi nelle impronte lasciate da Gesù. Così arrivò presto accanto a suo Figlio, che la fece sedere su una grande poltrona alla sua destra. Anche Maria si mise ad incoraggiare quelli che stavano salendo e invitava anche loro a camminare nelle orme lasciate da Gesù, come aveva fatto lei. Gli uomini più saggi facevano proprio così e procedevano spediti verso il cielo. Gli altri si lamentavano per le ferite, si fermavano spesso, qualche volta desistevano del tutto e si accasciavano sul bordo della strada sopraffatti dalla tristezza

  • L’ABITO DELLA SANTITA’


    ( san Giovanni Paolo II – 1 novembre 1986)

    Oggi la Chiesa celebra la festa di tutti i Santi. La Sposa del Signore ha
    indossato l’abito della gioia. E così vuol comparire dinanzi al suo Dio, per
    essere inondata del tripudio della Gerusalemme celeste. È l’abito delle
    nozze, quello che l’ammette al banchetto preparato per lei dallo Sposo. È
    l’abito della santità.
    Oggi questo abito risplende di mille luci diverse: sono gli infiniti tratti di
    un’unica luce, che una moltitudine di uomini e donne “di ogni nazione,
    razza, popolo e lingua” (Ap 7, 9) fa scintillare senza posa.
    Uomini e donne che la storia dei grandi ha spesso ignorato, perché la perla
    preziosa della loro testimonianza è stata ricoperta dal velo dell’umiltà e del
    nascondimento.
    Uomini e donne che hanno attinto all’inesauribile pienezza di Colui che
    solo è santo, e ne hanno fatto vivere un frammento, offrendogli il loro volto
    concreto perché vi si incarnasse, come in un simbolo vivente.
    E così, per le strade delle nostre città, un lembo di quell’abito si è reso
    presente nella testimonianza – all’apparenza anonima, ma in realtà
    personalissima – di questi fratelli che ci hanno donato con la loro vita un
    raggio della santità di Colui, a cui i serafini inneggiano col loro canto:
    “Santo, santo, santo il Signore Dio delle schiere” (Is 6, 3).
    Ognuno di loro è una piccola luce, ma irripetibile. Ha vissuto fino in fondo
    la propria chiamata ad essere pienamente se stesso, secondo l’originalità
    stupenda che il Creatore aveva posto in lui. Ora, unito misteriosamente al
    coro di miriadi di altri fratelli, illumina lo scenario a volte così scuro di
    questo mondo, e lo invita a sperare, ad avere fiducia, testimoniandogli
    come la santità di Dio non si smentisce, non cessa di comunicarsi, di
    associare a sé uomini e donne semplici, ricchi solo di una disarmata
    disponibilità, di un umile, trasparente abbandono.
    A questi santi, a questi fratelli che hanno costruito per noi un mondo
    migliore, sale oggi la nostra preghiera:
    voi, poveri fin dentro il cuore, ricchi solo della fede in un Dio che non
    delude, perché ha vinto il mondo;

    voi, afflitti, che con le vostre lacrime avete riempito l’immenso fiume del
    dolore umano; v
    voi, miti, che avete scelto la strada lenta e faticosa del diritto, anziché
    quella della violenza e del sopruso;
    voi, affamati e assetati di giustizia, che avete lottato per l’onestà e la
    lealtà;
    voi, uomini del perdono, che avete amato i vostri nemici e fatto del bene
    a coloro che vi odiavano;
    voi, puri di cuore, che avete sempre guardato le cose con l’occhio
    limpido e pulito della semplicità;
    voi, costruttori della pace, che avete pagato di persona perché il sogno
    di un mondo di fratelli divenisse realtà;
    voi, perseguitati per la giustizia, che avete dato un volto alla speranza
    degli ultimi e dei diseredati;
    voi, santi e sante di Dio, fratelli e sorelle nostri, ci avete insegnato che la
    santità non è remota e inaccessibile, patrimonio di pochi, ma è pienezza
    dell’uomo nuovo che sta dentro ciascuno di noi;
    voi tutti, santi, pregate, pregate l’Agnello assiso sul trono, pregatelo per
    questa storia che ha sete di santi, per questa storia vivente della speranza
    che veri testimoni le siano ancora donati; pregatelo e ripetete con la sposa:
    “Marana tha, vieni, Signore Gesù”

  • LA SCUOLA DEI SANTI


    ll negozio
    Una notte ho sognato che sul corso principale era stata aperta una nuova bottega, con l’insegna: Doni di Dio.
    Entrai e vidi un angelo dietro al banco.
    Meravigliato chiesi. Che vendi angelo bello?
    Mi rispose: “Ogni ben di Dio!”
    “Fai pagare caro?”
    “No, i doni di Dio sono tutti gratuiti.”
    Contemplai il grande scaffale con le anfore d’Amore; flaconi di Fede; pacchi di Speranza;
    scatole di Salvezza… e così via.
    Mi feci coraggio e poiché avevo un immenso bisogno di tutta quella mercanzia, chiesi all’angelo: “dammi un bel po’ d’Amore di Dio, tutto il Perdono, un cartoccio di Fede e Salvezza quanto basta!”
    L’angelo gentile mi preparò tutto sul bancone.
    Ma quale non fu la mia meraviglia, vedendo che di tutti i doni che avevo chiesto l’angelo mi aveva fatto un piccolissimo pacco, grande come il mio cuore.
    Esclamai:
    “Possibile? Tutto qui?”
    Allora l’angelo solenne mi spiegò : “eh si, mio caro,nella bottega di Dio non si vendono frutti maturi, ma soltanto piccoli semi da coltivare.

  • CREDENTI E CREDULONI


    (Giacomo Biffi)
    Coloro che si affidano a Cristo – che è «Luce da Luce», cioè il Logos sostanziale ed eterno di Dio – sono abbastanza difesi dalla tentazione di affidarsi a ciò che è inaffidabile.
    È stato giustamente notato come il mondo che ha smarrito la fede non è che poi non creda più a niente; al contrario, è indotto a credere a tutto:
    crede agli oroscopi, che perciò non mancano mai nelle pagine dei giornali e delle riviste; crede ai gesti scaramantici, alla pubblicità, alle creme di bellezza; crede all’esistenza degli extraterrestri, al new age, alla metempsicosi; crede alle promesse elettorali, ai programmi politici, alle catechesi ideologiche che ogni giorno ci vengono inflitte dalla televisione.
    Crede a tutto, appunto. Perciò la distinzione più adeguata tra gli uomini del nostro tempo parrebbe non tanto tra credenti e non credenti, quanto tra credenti e creduloni.

  • (senza titolo)

    LA SCUOLA DI SANTITA’
    La pietruzza.
    Cammina nella vita in punta di piedi senza che nessuno si accorga di te.
    Dimenticati di te e fatti dimenticare.
    Non chiedere nulla a nessuno e dona a tutti.
    Ricevi solo quello che ti danno e non domandare nulla.
    Adora in tutti un raggio della divinità.
    Crediti perfettamente inutile e fai bene ogni cosa.
    Taci e sorridri. Sorridi e taci.
    Soffri e prega. Prega e ama.
    Vivi nella Trinità Santissima, sempre adorando silenziosamente.
    Sii calmo e sereno senza turbamenti, senza desideri:
    solo con Dio solo, per essere nel mosaico dell’umana società la pietruzza che Dio vuole e che riflette un po’ della Sua luce.

  • ALCUNI SEGRETI DELLA VITA DI SAN GIOVANNI PAOLO II


    La preghiera
    Joaquin Navarro-Valls, direttore della sala stampa del Vaticano, un giorno raccontò: “Qualche anno fa avevo un appuntamento di lavoro con Papa Woytila. Il suo segretario mi dice che stava pregando nella sua cappella privata e che sarebbe stato avvisato del mio arrivo.
    Sono entrato anch’io nella cappella e ho aspettato in silenzio. Sono passati circa quaranta minuti senza che Giovanni Paolo II si muovesse. Poi quando all’improvviso si è reso conto che ero arrivato, ha esclamato: “Mi scusi, non mi sono accorto che il tempo passava!”. Ed era la stessa cosa tutti i giorni: la preghiera era una parte determinante della sua vita.
    Prudente come i serpenti e semplice come le colombe…
    Una volta riceve a colazione alcuni vescovi luterani provenienti dalla Svezia e dalla Norvegia. Questi gli chiedono: “Santo Padre, questo pranzo con lei può essere considerato un segno che il Papa riconosce il valore della nostra ordinazione?”.
    Replica immediata: “Questo pranzo coi vescovi luterani alla mia tavola può essere considerato come un segno che i vescovi luterani riconoscono la mia elezione a Papa?”.
    Ironia e buon umore
    Nell’Angelus del 21 Novembre 1993, Giovanni Paolo II, per rispondere alle speculazioni della stampa sul “declino del pontificato”, quando una lussazione alla spalla destra lo obbliga a impartire la benedizione con la mano sinistra, esclama: “Vi saluta il papa CADUTO ma non SCADUTO!”
    A Mons. Jean-Pierre Cattenoz, Vescovo di Avignone di recente nomina, che lo aveva invitato a visitare la sua diocesi, raccomanda: “Però non mi trattenga come l’ultima volta!”. L’allusione è al soggiorno forzato del papa ad Avignone nel XIV secolo.

    Un giorno riceve un asino in dono. Se ne parla a tavola: cosa farne? Metterlo nel giardino del Vaticano? Fargli una piccola casa? Dice il Santo Padre: “No, no, Di asini al Vaticano ce ne sono già troppi!”
    Una grande memoria in un grande cuore
    Durante un’udienza, un suo collaboratore si stupisce di vedere il Papa fermarsi davanti a una coppia e chiedere: “Dove sono Chiara e Francesco?”. Effettivamente essi hanno due bambini con quei nomi; il Papa li aveva incontrati tutti e quattro insieme, una sola volta, l’anno prima a Castel Gandolfo.
    Fedeltà alla preghiera
    Il giorno dopo l’attentato, al risveglio dall’anestesia durata molte ore per la lunga operazione questa è la prima domanda rivolta a Mons. Dziwisz: “Ieri abbiamo recitato Compieta?”.
    Umanità
    Una famiglia amica è invitata a trascorrere qualche giorno a Castel Gandolfo. Una sera i genitori, con grande meraviglia trovano accanto ai loro bambini il Papa in pigiama. Li aveva sentiti piangere disperatamente e si era precipitato dalla sua camera raggiungendoli prima dei genitori.

  • LA SCUOLA DEI SANTI


    La Santità
    La santità è l’impegno di ogni giorno vissuto con gioia.
    La forza di sorridere anche nei momenti più duri.
    Dio incontrato in ogni istante della vita.
    Accoglienza incondizionata di ogni fratello.
    Preghiera che si incarna nella vita e vita che diventa preghiera.
    Impegno perché la giustizia sia realtà per tutti.
    Dono semplice del proprio essere.
    Accogliere ogni minuto come dono di Dio e ringraziare di cuore.
    Credere che Dio accompagna e benedice ogni nostra azione, ogni nostro pensiero.
    E’ il coraggio della verità, della libertà, della giustizia.
    E’ costruire la pace attraverso i piccoli gesti di ogni giorno.
    E’ lasciare che la Parola di Dio illumini la nostra vita.
    E’ il paradiso raggiunto nel quotidiano.
    E’ gratuità, generosità, condivisione.
    E’ dare e ricevere.

  • COME POSSO ESSERE CERTODI TROVARMI ALLA PRESENZA DI DIO?


    Un giorno un monaco chiese al suo abate, da tutti considerato un uomo di grande santità: “Come posso essere certo di trovarmi alla presenza di Dio?”. L’abate rispose: “Hai tanto controllo su di essa quanto è il potere che hai di far sorgere il sole”.
    Esasperato, il giovane esclamò: “Ma allora a cosa servono tutti i nostri esercizi spirituali e le nostre preghiere?”
    “Queste cose servono per essere certi di essere svegli quando il sole sorge.»

  • LA SCUOLA DEI SANTI


    Il diamante più grosso del mondo


    C’era una volta un monaco che viveva poveramente e passava di villaggio in villaggio parlando di Dio e della sua bontà.
    Si accontentava di poco e spesso la sua cena consisteva in un pezzo di pane e un po’ d’acqua bevuta alla fontana. Una sera, il monaco arrivò in prossimità di un villaggio e, per non disturbare nessuno a quell’ora, si sistemò un giaciglio sotto un albero. Stava recitando le preghiere della sera, quando gli si fece incontro, sudato e ansimante, un abitante del villaggio che gridava: «La pietra! La pietra! Dammi la pietra preziosa!». «Che pietra?», chiese il monaco. «La notte scorsa mi è apparso in sogno il Signore», disse l’abitante del villaggio, «e mi ha detto che se fossi venuto alla periferia del villaggio al crepuscolo avrei trovato un monaco che mi avrebbe dato una pietra preziosa che mi avrebbe reso ricco per sempre». Tranquillo e sereno, il monaco rovistò nel suo sacco e tirò fuori una grossa pietra scintillante. «Probabilmente il Signore intendeva questa», disse porgendo la pietra all’uomo. «L’ho trovata sul sentiero delle montagne qualche giorno fa. Tienila pure». L’uomo fissò meravigliato la pietra. Era un diamante. Certamente il diamante più grosso del mondo perché aveva quasi le dimensioni di una testa di uomo. Con gli occhi luccicanti l’abitante del villaggio afferrò il
    diamante e corse via. Posò la pietra su un tavolino vicino al letto e si coricò. Mille pensieri gli tormentavano la mente. Si rigirò e rigirò nel letto senza poter dormire. Il giorno dopo allo spuntar dell’alba, l’uomo tornò dal monaco, lo svegliò e gli disse: «Dammi la ricchezza che ti permette di dar via così facilmente questo diamante»

  • LA RICCHEZZA PIU’ RARA


    C’era una volta, tanto tempo fa, un uomo semplice e buono. Era un buon marito, un papà tenero, un vicino generoso, un contadino onesto. E moglie e figli lo circondavano di tenerezza. Tuttavia l’uomo trovava che il destino era stato duro con lui. Non faceva che lamentarsi della sorte che gli era toccata. Invano la moglie cercava di farlo riflettere: «Dio sa quello che fa, fidati!». «Hai ragione. Dio sa il perché di tutto questo. Posso fare una cosa sola: andare a cercarlo e chiederlo a Lui».
    Così, un bel giorno, l’onesto padre di famiglia che non era mai uscito dal suo villaggio, si mise in cammino alla ricerca di Dio. Una sera, sentì la gelida lama di un coltello appoggiata alla gola. Era un bandito, dagli occhi di fiamma. «Dammi i soldi! Ho già rapinato novantanove persone e tu sei la centesima!». Il pover’uomo vuotò il sacco e le tasche, dicendo tremante: «Se vuoi, prendimi tutto, ma lasciami andare. Voglio incontrare Dio per chiedergli perché l’uomo onesto è così spesso povero e il disonesto ricco».
    Il bandito cambiò atteggiamento e gli disse: «Ti chiedo solo un favore. Uno solo. Quando troverai Dio, chiedigli se un uomo che ha assalito novantanove volte il suo prossimo, ma ha sentito pietà per il centesimo, merita ancora il suo perdono».
    «Non mancherò», disse l’uomo, e ripartì.
    Dopo alcuni giorni, fu coperto dalla polvere sollevata da un superbo cavallo. Il cavaliere dagli abiti sfarzosi chiese al polveroso viandante: «Dove vai?». «Vado a cercare Dio», spiegò l’uomo un po’ intimidito.
    «Devi farmi un favore», proseguì il ricco a bassa voce. «Quando incontrerai Dio non dimenticare di raccontargli che io sono molto ricco ma anche molto pio e buono. Chiedigli se, per questo, mi riserva un buon posto in cielo». Il pellegrino promise e riprese il cammino.
    Finché una strana figura gli venne incontro. Era un vecchio, o meglio un uomo senza età, scarno e miseramente vestito. «Fermati e riposati un po’», disse il vecchio. L’uomo si sentì avvolto dalla dolcezza che emanava da quel vecchio e si fermò. «Sono io colui che cerchi…», gli disse sorridendo il vecchio. «Guardami bene: io ho creato tutto e non possiedo niente. Perfino tu sei più ricco di me, come vedi».
    Il pellegrino si buttò in ginocchio e vuotò il suo cuore, con tutti i suoi dubbi e tutti i suoi perché. «Tu sei ricco, tanto ricco», gli disse Dio abbracciandolo dolcemente. «Io ti ho dato un’altra ricchezza, quella del cuore, che il ricco non possiede, perché neanche sa che esiste. È quella che ti fa indignare di fronte alle ingiustizie del mondo. Io ti ho evitato il fardello della fortuna che corrompe e rende l’uomo cieco nel cuore e nello spirito. Ti ho donato il coraggio di cercarmi, e anche l’occasione di trovarmi. Ora ti dò un’ultima ricchezza, la più rara: la felicità di accettare ciò che si è. E ora, torna a casa e vivi in pace. Tornando, dirai al ricco che il mio Paradiso non si compra con l’oro e al bandito che è perdonato perché ha scoperto la via giusta. Vai, quando sarà il momento verrò a prenderti e ti terrò con me per sempre».
    E il vecchio svanì, come una brezza calma, serena, limpida, immensa.

  • LA SCUOLA DEI SANTI

    LA BILANCIA

    Sognai che non ero più. Avendo concluso i miei giorni su questa terra, mi trovavo tra le soffici nubidel cielo. Appena gli occhi si furono abituati alla luce accecante e bianchissima, vidi una lunga filadi persone davanti a me. Me l’aspettavo: tutti in coda, anche in attesa del giudizio!

    Man mano che avanzavo, cominciai a intravedere una figura barbuta. L’espressione era mite,eppure le rughe che solcavano l’ampia fronte, gli conferivano un aspetto autoritario. Appese alla candida tunica un mazzo di grosse chiavi dorate; in mano reggeva una bilancia. Allora era tutto vero!

    Per ogni anima che gli si presentava davanti, vidi che annotava qualcosa su una pergamena. In breve fu quasi il mio turno. Deciso a non farmi cogliere impreparato, ripercorsi la mia vita, da cima a fondo ricordando tutte le colpe commesse, perfino le più insignificanti marachelle compiute da bambino. Toccò a me: timidamente mi avvicinai, mentre il giudice protendeva la bilancia nella mia direzione.

    Stavo per cominciare il resoconto dei miei peccati, ma quale enorme sorpresa mi colse, quando lo sentii chiedere: “Figliolo, quanto hai amato?”.

  • PARIGI: DURANTE LEOLIMPIADI

    ARRESTATI PERCHE’ CHIEDEVANO LO STOP AGLI ATTACCHI CONTRO I CRISTIANI

    «Stop attacks on Christians!», con questa scritta un autobus di CitizenGO ha girato per le strade di Parigi in risposta alla derisione che i cristiani hanno ricevuto in mondovisione con la parodia dell’Ultima cena durante la cerimonia di inaugurazione. Ebbene, sembra che mentre a noi tutti sarebbe dovuta andar bene la messa in scena didrag queen company, a qualcuno non sia andata giù la sola presenza di un veicolo.

    Lunedì sei membri del team di CitizenGO hanno dovuto passare la notte in prigione, per «protesta non autorizzata». Commenta l’avvocato dell’associazione che ha ottenuto il rilascio solo il giorno seguente: «Non era in nessun modo illegale. Sembra impossibile che si costituisca il reato di mancata comunicazione di protesta, perché non c’è alcuna protesta nella presenza di un unico veicolo. Il pubblico ministero ha superato i limiti della legge fermando l’autobus e limitando la libertà di parola. Inoltre, la procedura era irregolare».

    Il messaggio sull’autobus includeva anche l’indirizzo web che rimanda a una petizione in difesa dei diritti dei credenti indirizzata alle autorità del Comitato olimpico internazionale«Cosa succede se rimaniamo in silenzio?», si legge nella petizione che ha raggiunto più di 387.000 firme a partire da mercoledì, «la nostra fede, i nostri simboli cristiani, diventeranno una parodia permanente promossa da lobby queer, Lgbt e trans, sostenute dai nostri leader globalisti e dalla sinistra internazionale». Prosegue: «Si è trattato di una parodia deliberata e feroce che umilia le nostre convinzioni più care in quanto cristiani: loro lo sanno che siamo un bersaglio facile. E finché non li fermeremo, continueranno a farlo. Si tratta di difendere la nostra fede e di fare in modo che una blasfemia così evidente non si ripeta mai più».

    Questa la testimonianza di Isabel Moreno, arresta insieme a 5 altri giovani: ”La polizia ci ha mentito, dicendoci che ci avrebbero portato in commissariato solo per fare rapporto. Invece ci hanno umiliato, costringendoci a sopportare condizioni che nessun cittadino rispettoso della legge dovrebbe affrontare.

    Riesco ancora a vedere i segni rossi delle manette sui miei polsi. Sento ancora le sirene che suonano mentre ci portano via.
    Sono stata trattata come una criminale, spogliata completamente e perquisita, privata dei miei effetti personali e gettata in una buia cella per la notte con le altre due donne del nostro gruppo.

    La paura e lo shock erano insostenibili. Ho avuto un attacco di panico. Non riuscivo a respirare. Le pareti di quella cella calda e buia sembrava che mi schiacciassero.

    Ma abbiamo pregato insieme, ci siamo confortate a vicenda e ci siamo rifiutate di lasciare che le azioni tiranniche e ingiuste della polizia ci abbattessero.
    Grazie a Dio, attraverso le pressioni esercitate dalla nostra squadra all’esterno, la polizia francese è stata costretta a rilasciarci, così io e i miei cinque amici siamo tornati a casa sani e salvi.

    Ma la lotta è tutt’altro che finita. Siamo stati arrestati non perché abbiamo commesso un crimine o infranto delle regole (ci siamo assicurati di essere completamente in regola con la legge), ma perché ci siamo opposti alle azioni offensive durante la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi e abbiamo difeso i diritti dei cristiani in tutto il mondo”.

  • LA SCUOLA DEI SANTI

    Martirio di San Giovanni Battista

    Nell’anno XV del regno di Tiberio Cesare, Giovanni Battista dal deserto venne alle rive del Giordano, nelle vicinanze di Gerico, per predicarvi il battesimo di penitenza, in preparazione alla venuta del Messia. Tutta Gerusalemme e i paesi circonvicini andavano in massa ad ascoltarlo e molti si convertivano alle sue parole, confessando i loro peccati e ricevendo il battesimo di penitenza. Un giorno che Giovanni, come d’uso, battezzava ed istruiva i peccatori, anche Gesù di Nazareth venne alle rive del Giordano. Il Battista, alla vista di Gesù, interiormente illuminato, riconobbe in lui i Messia aspettato, onde non voleva battezzarlo, stimandosi indegno anche di sciogliergli i legacci dei calzari. Tuttavia Gesù insistette e Giovanni dovette accondiscendere. In quel tempo Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, conviveva con Erodiade, moglie di suo fratello. Giovanni, all’udire tale mostruosità, riprese il re di quella colpa, dicendogli francamente che non gli era lecito vivere con la moglie di suo fratello. Erode, sdegnato e istigato da Erodiade, lo fece rinchiudere in una tetra prigione del castello di Macheronte. Non contenta Erodiade di vederlo in prigione, voleva anche farlo morire. Erode però si opponeva, temendo una sommossa, perché Giovanni era venerato dal popolo come un profeta.
    Qualche tempo dopo, tuttavia, Erodiade ebbe l’occasione tanto desiderata e propizia per soddisfare il suo odio contro il Precursore di Cristo. Mentre Erode celebrava il suo compleanno e teneva un banchetto a tutta la corte, Salome, figliola di Erodiade e nipote di Erode, si presentò nella sala de convito e si pose a danzare. Ciò piacque a tutti, tanto che Erode le promise di concederle qualunque cosa avesse domandato, fosse anche la metà del regno. Salome a queste parole, non sapendo cosa domandare, corse da sua madre e questa le ordinò di chiedere la testa di Giovanni. Salome ritornò in fretta dal re e lo pregò di farle portare subito in un bacile la testa del santo Precursore. Erode, benché sorpreso ed afflitto da questa domanda, ordinò di accontentarla. La fanciulla come ebbe tra le mani quel sacrosanto capo, lo portò a sua madre, la quale, a tal vista, esultò di gioia e si dice che per vendicarsi della libertà con cui il Santo aveva disapprovato i suoi disordini, trafisse con un ago quella sacra lingua.

  • QUEL SEGNO DELLA CROCE DI NOVAK DJOKOVIC ALLE OLIMPIADI ANTICRISTIANE

    ( Paola Belletti )

    «Ho dato cuore e anima per questo oro, il mio primo a 37 anni”, ha detto al termine Djokovic, “sono felicissimo soprattutto per la mia Serbia. È stata una battaglia incredibile: quasi tre ore per soli due set». Così riferiscono i giornali raccontando della vittoria sulla terra rossa parigina del campione serbo. Ha vinto contro il numero 3 del mondo, lo spagnolo Carlos Alcaraz, e così – realizzando una delle più grandi imprese dello sport – ha completato il suo ricco palmares, specchio di una carriera e di un talento eccezionali.

    Dopo il match point Nole si è lasciato cadere a terra e ha fatto il segno della croce, rivolgendo sguardo e braccia al cielo. Eppure lui che conosce il mondo di quelli che contano dovrebbe saperlo: non sta bene parlare o riferirsi alla religione tra la gente per bene. Deve essergli sfuggito, così come deve essergli passato di mente anche l’ultimo aggiornamento in termini di politicamente corretto, un sistema di pensieri, parole e soprattutto omissioni globalmente approvato secondo il quale certe cose si possono dire, fare e baciare, mentre altre no, assolutamente no.

    E tra queste ci sono senza dubbio la fede cristiana, il nome e ogni immagine che ricordi Cristo o la Sua Chiesa con devozione e rispetto, mentre se li si tira in ballo per farsene scherno allora il manuale delle giovani marmotte inclusive consente e incoraggia la pratica. Non ci siamo dimenticati le “scelte artistiche” della cerimonia inaugurale – con la abominevole parodia dell’Ultima Cena, né lo zelo con il quale il comitato olimpico si è preoccupato di garantire la assoluta neutralità vietando al surfista brasiliano di usare la figura del Cristo redentore di Rio: «Circa due settimane prima dell’inizio dei Giochi olimpici di Parigi, al surfista brasiliano João Chianca, meglio conosciuto come Chumbinho, è stato vietato l’utilizzo della famosa figura del Cristo di Rio de Janeiro sulla sua tavola da surf, pena l’esclusione dalle Olimpiadi».

    Strani effetti collaterali quelli della pretesa di una laicità e neutralità assolute: si vuole circoscrivere una libertà per tutti che però abbia come

    condizione la cancellazione o la censura, meglio se autoimposta, di ogni identità umana integrale, identità che non può che comprendere la dimensione religiosa. Il fatto che l’esperienza della fede sia intima, spirituale e personale non significa che debba restare taciuta e deprivata della sua fondamentale dimensione culturale, pubblica e comunitaria. Ahimè, temiamo che i vari comitati e legislatori lo sappiano bene. Più che di evitare espressioni identitarie saldamente radicate nel proprio credo, ciò che intendono fare è imporre un credo comune a tutti, e più ancora portare a termine quello che la révolution ha cominciato: distruggere la fede cristiana.

    Non si spiegherebbe in altro modo la scelta di sostituire, nel manifesto simbolo della manifestazione sportiva, la croce sulla cupola della cattedrale Des Invalides con una barra dritta, realizzata dall’artista francese Ugo Gattoni. Forse siamo noi a pensare male, non ce l’hanno davvero con le fedi religiose in generale, né con quelle dalla forte identità; perché sarebbero così condiscendenti con l’islam, altrimenti? Il bersaglio è il cristianesimo in quanto tale. Nel frattempo, però, un campione dall’indiscusso talento, di dichiarata fede cristiana ortodossa che aveva già vinto quasi tutto, si è inginocchiato sulla terra rossa, ha pianto, pregato e ringraziato Dio nel tempio itinerante della laicità attualmente di stanza a Parigi. Il politicamente corretto, alla fine della fiera di tutte le vanità, non è una barriera così impenetrabile.

  • Anello della bellezza

    Devero, Saggiato, Alpe della valle Crampiolo, Lago delle streghe, una delle camminate più suggestive dell’Ossola organizzata da Don Adriano Miazza. Un gruppetto di persone si è lanciato in questa avventura, un giro ad anello con viste mozzafiato, che tocca alcuni alpeggi del parco Alpe Devero. L’itinerario è stato accompagnato da splendide favole-leggende, sapientemente raccontate da Pier Franco Midali, riguardanti ogni alpeggio visitato.
    Da ripetere!

  • A SCUOLA DEI SANTI


    C’era una volta un imbroglione che fu catturato e condannato a morte. Chiese clemenza perché gli venisse salvata la vita e per convincere i giudici, offrì un segreto sbalorditivo: il metodo per piantare alberi capaci di produrre frutti d’oro. La notizia giunse al Sovrano, il quale pensò che valesse la pena fare un tentativo.
    L’imbroglione spiegò che era pronto a dimostrare la sua straordinaria capacità: gli sarebbero serviti soltanto un pizzico di polvere d’oro, e una pala. Il sovrano accettò: “Ma, se non è vero, finirai nelle mani del boia!” – disse. Il mattino seguente, il Re insieme a tutta la sua corte, si ritrovarono nel giardino reale. L’uomo si inchinò profondamente davanti a tutti i nobili e disse: “Sua Maestà vedrà quanto è semplice. Io scaverò una piccola buca nella terra: vi metterò un pizzico d’oro e, per tre giorni, verserò un secchio d’acqua. Il terzo giorno l’albero spunterà, e porterà tre frutti d’oro che a loro volta potranno essere seminati e diventare altri alberi, ognuno carico di frutti d’oro!”

    “Allora!” – si spazientì il Re – “smettila di chiacchierare, e semina l’oro! Se fra tre giorni da ora non vedrò i frutti d’oro, finirai sul patibolo!”

    “Oh, sommo Signore!” – piagnucolò il furbo imbroglione – “Non posso farlo io direttamente! Tale segreto funzionerà solo a una condizione: la mano che seminerà l’oro dovrà essere totalmente innocente e non aver mai commesso nulla di ingiusto! In caso contrario il prodigio non avverrà. Per questo motivo, come Sua Maestà potrà ben comprendere, non mi è possibile utilizzare il segreto da solo, per me stesso. Ma, Sua Maestà è nobile e clemente, pertanto potrà compiere questo gesto”.
    Il Re afferrò la vanga, ma gli venne in mente quello che aveva commesso durante l’ultima guerra in difesa del regno. “Le mie mani grondano di crudeltà, compiute in guerra verso i nemici! Renderei vana la magia. È bene che ci provi qualcun altro.” Il Sovrano fece un cenno verso il Ministro del Tesoro, ma il Ministro, invece di avvicinarsi, si ritrasse. – “Oh magnifico Sovrano, ti ho sempre servito fedelmente, ma una volta, una sola volta, mi è occorso un incidente increscioso nella camera del Tesoro: un pezzo d’oro è rimasto attaccato alla suola delle mie scarpe, e così…”. – “Va bene!” Brontolò il Re – “Sarà il mio incorruttibile Giudice supremo a impugnare la pala!” Il Giudice rifiutò, con un inchino: – “Volentieri lo farei, Sire. Tuttavia in questo momento sta per iniziare un importante processo a cui non posso assolutamente mancare… Scusatemi!” Il Re si voltò a destra e a sinistra, e vide che piano piano, Ministri, gentiluomini, consiglieri, e cortigiani, se l’erano squagliata. Allora si mise a ridere e, rivolto all’imbroglione, disse: “Ora so per certo che nessuno è innocente. Neppure io!”

    • IL PERDONO DI DIO E LA CONFESSIONE

      ( brevi scritti, tratti qua e là, per una pausa di riflessi

      Sono desideroso della Misericordia e del perdono di Cristo e desidero la confessione. Però per vari impegni e per mancata preparazione adeguata e per cause non piacevoli non riesco ad andare alla Confessione. Il Signore Dio può perdonare i peccati se un cristiano desidera la confessione anche se non è andato alla Confessione?

      Nel Vangelo si leggono queste parole che che Gesù risorto rivolge agli Apostoli: “Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

      Pertanto ciò che non viene perdonato dal confessore o perché è stata negata l’assoluzione o perché volontariamente non si è voluto accusare determinati peccati gravi, non viene perdonato neanche da Dio. Dio infatti ha legato il suo perdono al perdono della Chiesa, come si evince chiaramente dalle parole sopra riportate.

      La assoluzione può essere stata negata per vari motivi.
      Ad esempio perché il peccato compiuto è riservato ad un giudice superiore, come nei cinque casi in cui i peccati possono essere assolti solo dal Romano pontefice attraverso la Penitenzieria Apostolica. Oppure perché il penitente non manifesta alcun pentimento o alcuna volontà di fare qualche sforzo per emendarsi.
      Uno dei motivi per cui è necessario accusare i propri peccati ad un sacerdote – che simultaneamente è ministro di Dio e della Chiesa- sta anche in questo: con il peccato non si danneggia solo se stessi, ma si procura danno anche alla Chiesa.
      Scrive Giovanni Paolo II in Reconciliatio et poenitentia: “In virtù di una solidarietà umana tanto misteriosa e impercettibile quanto reale e concreta il peccato di ognuno si ripercuote in qualche modo anche sugli altri.
      È questa l’altra faccia di quella solidarietà che a livello religioso si sviluppa nel profondo e magnifico mistero della comunione dei santi, grazie alla quale si è potuto dire che ogni anima che si eleva, eleva il mondo.

      A questa legge dell’ascesa corrisponde, purtroppo, la legge della discesa, sicché si può parlare di una comunione nel peccato, per cui un’anima che si abbassa per il peccato abbassa con sé la chiesa e, in qualche modo, il mondo intero. In altri termini, non c’è alcun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette. Ogni peccato si ripercuote, con maggiore o minore veemenza, con maggiore o minore danno, su tutta la compagine ecclesiale e sull’intera famiglia umana” .

      Dici che per vari impegni non hai la possibilità di andare a confessarti. Ma la confessione non è tra gli impegni più importanti per una persona che si riconosce priva della grazia di Dio? Essere esposti alla perdizione eterna perché si è in peccato mortale è cosa di poco conto? Certo può succedere che nell’immediato manchi proprio l’opportunità di confessarsi. In tal caso, come ricorda il magistero della Chiesa, per tornare in grazia si richiede un atto di contrizione perfetta, la quale è tale se include il proposito di confessarsiÈ chiaro che nel frattempo non è lecito fare la Santa Comunione perché, consci di aver commesso un peccato grave, si deve essere prima riconciliati con Dio e con la Chiesa.

      Giovanni Paolo II nell’enciclica Ecclesia de Eucharistia in maniera molto forte dice: “In questa linea giustamente il catechismo della chiesa cattolica (stabilisce: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione». Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, «si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale»

    • LA SCUOLA DEI SANTI


      San Massimiliano Maria Kolbe Patrono degli obiettori di coscienza contrari alla guerra e dei radioamatori, è un eroe dei nostri tempi. Raimondo Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola (Polonia). Quando ha dodici anni sogna la Madonna che gli mostra una corona di fiori rossi (il martirio) e un’altra di fiori bianchi (la purezza) e gli dice di sceglierne una. Lui le abbraccia tutte e due. Studia filosofia e teologia a Roma e a vent’anni viene ordinato sacerdote dei frati francescani. Ora si chiama Fra Massimiliano Maria. Il suo sogno è convertire più persone possibili. E lo fa con i nuovi mezzi di comunicazione di massa disponibili: la stampa e la radio (lui stesso diventa radioamatore). Costruisce le “Città di Maria” in Polonia e in Giappone, a Nagasaki, durante un suo viaggio in Oriente: conventi dotati di tipografia, abitati da frati che vivono seguendo il Vangelo, dove viene stampato e distribuito il giornale Cavaliere dell’Immacolata con una tiratura di vari milioni di copie. Fonda anche l’associazione “Milizia di Maria Immacolata” per divulgare l’amore di Dio e della Madonna. Durante la Seconda guerra mondiale, per aver aiutato molti ebrei perseguitati a nascondersi e per il suo rifiuto a collaborare con il regime nazista, viene deportato ad Auschwitz. Dopo un viaggio allucinante, rinchiuso in un vagone bestiame senza acqua né cibo, Massimiliano arriva nel campo di concentramento, viene spogliato di tutto e vestito con un’uniforme a strisce. Qui la vita è molto dura. Non ha più nemmeno un nome e diventa un numero tatuato sul braccio e cucito sulla giacca: 16670. Si lavora tutto il giorno e il cibo è pochissimo. Si muore di fame, di malattia o dalla fatica.
      Un giorno fugge dalla sua baracca un prigioniero. La punizione arriva spietata. I prigionieri sono costretti a stare in piedi per ore sotto il sole cocente e dieci di loro, scelti a caso, dovranno pagare con la vita. All’improvviso il silenzio terrificante viene interrotto da un uomo che piange e urla disperato. Non vuole morire perché ha moglie e figli. È un soldato polacco, Franciszeck Gajowniczek (sopravvissuto ad Auschwitz e tornato dalla sua famiglia). Massimiliano Kolbe si offre al suo posto e, stranamente, lo scambio viene accettato. Così il buon sacerdote si ritrova rinchiuso nel famigerato bunker dove le vittime vengono fatte morire di fame e di sete. Dopo due settimane il frate francescano, l’unico cosciente, e quattro compagni sono ancora vivi. Vengono uccisi con una iniezione il 14 agosto 1941. Le ultime parole di Kolbe rivolte al suo carnefice sono: «L’amore crea, l’odio non serve a nulla!».

      1. PERCHÉ IL GIORNO DELL’ASSUNTA È DETTO ANCHE FERRAGOSTO?


        Le origini della ricorrenza del Ferragosto sono antiche e vanno cercate nelle Consulalia, ossia le feste romane in onore del dio Conso, divinità del raccolto immagazzinato nei granai.
        Durante queste feste ci si scambiavano regali recitando la frase “Bonas ferias consulales”. Quando poi, il mese romano corrispondente ad agosto venne dedicato all’imperatore Cesare Augusto, la formula mutò in “Bonas feria augustales”, un augurio molto simile al nostro “Buon ferragosto”!

        Cesare Augusto decise poi, nel 18 d. C. , di istituire la festa di Ferragosto, chiamata ai tempi feriae Augustii o feria Augustalis (ossia le ferie, le feste, di Augusto) per celebrare i raccolti e la fine dei lavori nei campi.
        Collegandosi alle altre vacanze istituite durante il mese di agosto, questa festa permetteva ai lavoratori di riposarsi, circa un mese, dopo un lungo anno di fatiche.

      2. LA SCUOLA DEI SANTI


        Lorenzo, da ragazzo, ha visto le grandiose feste per i mille anni della città di Roma, celebrate nel 237-38, regnando l’imperatore Filippo detto l’Arabo, perché figlio di un notabile della regione siriana. Poco dopo le feste, Filippo viene detronizzato e ucciso da Decio, duro persecutore dei cristiani, che muore in guerra nel 251. L’impero è in crisi, minacciato dalla pressione dei popoli germanici e dall’aggressività persiana. Contro i persiani combatte anche l’imperatore Valeriano, salito al trono nel 253: sconfitto dall’esercito di Shapur I, morirà in prigionia nel 260. Ma già nel 257 ha ordinato una persecuzione anticristiana.
        Ed è qui che incontriamo Lorenzo, della cui vita si sa pochissimo. E’ noto soprattutto per la sua morte, e anche lì con problemi. Le antiche fonti lo indicano come arcidiacono di papa Sisto II; cioè il primo dei sette diaconi allora al servizio della Chiesa romana. Assiste il papa nella celebrazione dei riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.
        Viene dunque la persecuzione, e dapprima non sembra accanita come ai tempi di Decio. Vieta le adunanze di cristiani, blocca gli accessi alle catacombe, esige rispetto per i riti pagani. Ma non obbliga a rinnegare pubblicamente la fede cristiana. Nel 258, però, Valeriano ordina la messa a morte di vescovi e preti. Così il vescovo Cipriano di Cartagine, esiliato nella prima fase, viene poi decapitato. La stessa sorte tocca ad altri vescovi e allo stesso papa Sisto II, ai primi di agosto del 258.

        Si racconta appunto che Lorenzo lo incontri e gli parli, mentre va al supplizio. Poi il prefetto imperiale ferma lui, chiedendogli di consegnare “i tesori della Chiesa”.
        Nella persecuzione sembra non mancare un intento di confisca; e il prefetto deve essersi convinto che la Chiesa del tempo possieda chissà quali ricchezze. Lorenzo, comunque, chiede solo un po’ di tempo. Si affretta poi a distribuire ai poveri le offerte di cui è amministratore. Infine compare davanti al prefetto e gli mostra la turba dei malati, storpi ed emarginati che lo accompagna, dicendo: “Ecco, i tesori della Chiesa sono questi”.
        Allora viene messo a morte. E un’antica “passione”, raccolta da sant’Ambrogio, precisa: “Bruciato sopra una graticola”: un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Ma gli studi (v. Analecta Bollandiana 51, 1933) dichiarano leggendaria questa tradizione.
        Valeriano non ordinò torture. Possiamo ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina. Su di essa, Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III; e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.

        1. FARE LA COMUNIONE? LA MESSA NON E’ UN PIC-NIC!

          ( Rino Cammilleri )
          Pensate, ai tempi del giansenismo (XVII secolo) per fare la comunione ci voleva un permesso speciale del proprio direttore spirituale: si partiva dal presupposto dell’indegnità umana ad accostarsi ai sacramenti. Alla fine, poiché, a ben pensarci, è difficile che uno si ritenga degno, il risultato è lo scoraggiamento. E il conseguente allontanamento.
          Ci volle, come sempre nella storia del cristianesimo, parecchio tempo prima che la Chiesa ri-centrasse le cose. Infatti, il timone serve a impedire che la barca sbandi di qua o di là. Nessuno è degno («Domine, non sum dignus…»), ma la misericordia divina supplisce all’indegnità («…sed tamen dic verbum…»).
          I più anziani tra noi forse ricorderanno quando, per poter fare la Comunione, bisognava essere digiuni dalla sera prima. E solo alla fine degli anni Cinquanta si cominciò a ridurre il limite fino a portarlo a un’ora. Qui è rimasto, anche perché di meno sarebbe ridicolo e tanto varrebbe abolirlo.
          A che serve questo, pur minimo, limite?
          Appunto a ricordare, almeno simbolicamente, l'”indegnità”: è il Corpo di Cristo quello che vai a ingoiare, vera carne e vero sangue di Dio. Il catechismo invece non ha mai modificato niente in materia: puoi comunicarti solo se sei «in grazia di Dio», cioè se sei stato assolto dal confessore. In casi eccezionali puoi confessarti anche dopo, ma che sia alla svelta, in base alla tua coscienza (sempre che questa sia «ben formata», cioè cristianamente edotta e istruita, sennò diventa arbitrio).
          Queste sono le regole, e non si dà comunità senza regole: anche in un villaggio di santi i semafori sono necessari. Tutto ciò si impose alla mia mente quando alla tivù vidi le prime grandi Messe negli stadi, con molti sacerdoti sguinzagliati tra gli spalti a distribuire la comunione a chiunque tendesse le labbra (poi le mani).
          Mi chiedevo: saranno tutti confessati? O, subito dopo, in migliaia affolleranno i confessionali? Boh.

          Veniamo all’oggi. Non è vero che le chiese sono vuote: io, anche in giro per l’Italia, e anche d’estate, le vedo sempre affollate. E, all’ora della comunione, tutti, dico tutti, si mettono in fila per comunicarsi. Infatti, in molte chiese occorrono i “ministri straordinari” per darla, sennò non la finiamo più.
          La domanda è la stessa di prima: saranno tutti «in grazia di Dio»? Una mia collega insegnante, buddista, ogni tanto, a seconda dell’estro, si presentava alla Messa domenicale e si comunicava.
          Perché? Si vergognava di restar seduta mentre tutti gli altri si mettevano in fila.
          Ora, la strategia globale della “misericordia” è ben fondata nel Vangelo. Sì, nella parabola in cui il re invita gli amici al pranzo di nozze e tutti si defilano perché hanno altro da fare : «Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia».
          Matteo aggiunge: «Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali».
          Ma ecco l’ultima parte della parabola, quella più difficile da digerire (infatti, viene silenziata nelle omelie): «Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
          Giansenismo? No, «coscienza ben formata».

        2. LA SCUOLA DEI SANTI

          Santa Marta di Betania

          Era sorella di Lazzaro e di Maria. Era questa una famiglia molto distinta e caritatevole che Gesù molto amava e sovente onorava con la sua presenza.
          A Marta era affidata la cura delle faccende domestiche. Ella mostrava ogni impegno per servire bene Gesù, e S. Luca narra che una volta, vedendo che la sorella Maria non l’aiutava nelle sue faccende, si lamentò dolcemente col Maestro Divino dicendo: « Signore, non t’importa che la mia sorella mi lasci sola a servire? ». Ma Gesù, pur non biasimando la su sollecitudine, le disse: « Marta, Marta, tu ti affanni e t’inquieti di troppe cose. Una sola cosa è necessaria ».
          Alla morte del fratello Lazzaro le due sorelle rimasero molto contristate e non c’era chi potesse consolarle nel loro dolore. Fosse almeno stato presente Gesù! Egli, avvisato, non era ancora ritornato. Ma quattro giorni dopo, ecco arrivare il Maestro. « Marta, narra l’evangelista S. Giovanni, appena seppe della venuta di Gesù, gli andò incontro, mentre Maria se ne stava in casa a piangere. Disse a Gesù: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che tutto quello che domanderai a Dio, te lo concederà.
          Gesù le disse: Tuo fratello risorgerà. Rispose Marta: Lo so che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno.
          E Gesù: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se morto vivrà e chi vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo? Ella rispose: Si, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figliuolo di Dio vivo, che sei venuto in questo mondo » Gesù, per rinfrancare la fede di Marta e di Maria e per mostrare ai Giudei ch’egli era veramente padrone della vita e della morte, giunto al sepolcro, disse ai circostanti: « Togliete la pietra ». E a Marta che gli osservava: «Signore, già puzza, perchè da quattro giorni è lì ». Gesù rispose: « Non ti ho detto che se credi. vedrai la gloria di Dio? ». Gesù richiamò in vita Lazzaro, e « molti Giudei, conclude l’Evangelista, venuti da Maria e da Marta, avendo visto quanto aveva fatto Gesù, credettero in Lui ». Non si può certo descrivere la gioia delle due sorell nel riavere vivo il loro amato fratello che tanto avevano pianto. Esse per tutta la vita serbarono al Redentore la più viva gratitudine.

        3. IL PERDONO DI ASSISI

          Dal mezzogiorno di giovedì 1 agosto a tutto il venerdì 2 è possibile ottenere l’indulgenza plenaria “della Porziuncola” o “perdono di Assisi”.
          Per ottenere l’indulgenza plenaria oltre ad avere il cuore distaccato dal peccato anche veniale, occorre:

          1. confessarsi per ottenere il perdono dei peccati;
          2. fare la Comunione eucaristica per essere spiritualmente unito a Cristo; 3. pregare secondo le intenzioni del Papa per rafforzare il legame con la Chiesa, recitando almeno Padre nostro, Ave Maria e Gloria al Padre;
          3. recitare il Credo e il Padre nostro;
          4. visitare una chiesa o un oratorio francescano o in alternativa, una qualsiasi chiesa parrocchiale.
            La confessione e la comunione possono essere fatte anche alcuni giorni prima o dopo le date previste, nell’arco di una o due settimane. La visita e la preghiera è opportuno che siano fatte lo stesso giorno.
            Infine l’indulgenza plenaria può essere richiesta una volta al giorno, per sé o per i defunti.
            POSSIBILITA’ DELLE CONFESSIONI
            Gozzano chiesa di Santa Marta al sabato dalle ore 9 alle 11 Convento Monte Mesma ogni giorno previo accordo (0322 998108)